Quando la sfida diventa avventura.

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Ore 5.30. La sveglia mi chiama. Inchiodo i piedi a terra. La partenza è tra un’ora. Voglio sfruttare le prime ore di una mattina d’agosto per non soffrire l’afa mentre pedalerò, anche se gli ultimi caldi non mi sono sembrati insopportabili. Ne approfitto per liquefare un te verde, tre gallette smaltate con marmellata di mirtilli e una scodella di avena, mandorle e uvetta. Leggerezza per pedalare facile dall’inizio. Proposito? Divorare 150 chilometri, sfruttando la sfida per raggiungere quel pianeta verde sul quale avevo sempre fantasticato, ma che non avevo ancora osato esplorare: il Parco Regionale del Delta del Po.

Parto da Bologna, periferia nord, direzione Lidi ferraresi, Valli di Comacchio per capirsi. Nei due borsoni laterali che mi guardano le spalle, aggrappati alla mia Speed, ho caricato giacca a vento, 200grammi di insalata d’orzo come ricetta di mamma insegna, qualche galletta per il pranzo, 6 barrette proteiche da centellinare, un litro di sali minerali, un litro di acqua naturale e un litro di voglia di pedalare. L’avventura parte puntuale alle 6.30.

Le prime sgambate a freddo invogliano a mettersi la giacchetta, ma resisto. L’esperienza mi ha insegnato che la pedalata è il miglior sistema di riscaldamento ecologico esistente. La prima parte del tragitto mi è ben chiara, un po’ perché l’ho pianificata la sera prima, un po’ perché pedalo nelle mie zone, quelle in cui abbraccio quei trenta chilometri alla volta quando voglio rilassare corpo e mente. Budrio paese arriva in fretta. Affianco un boschetto con due lunghi filari di alberi che si guardano tra loro, creando una grotta impenetrabile di rami, mentre sulla destra sorpasso una sistola che, nel suo impazzire idraulico, schizza regalandomi brividi di risveglio. Passo Selva Malvezzi col suo affascinante nome d’altri tempi. Tempi di tardo ‘400.

Appena uscito dal paese, la Speed inizia a parlarmi con un ticchettio che accompagna la pedalata. Sarà parafango anteriore balbettante? Borsoni che giocano con i raggi? Un mostro invisibile nella scatola del movimento centrale? Scendo, controllo, esamino. Nulla. Allora approfitto per consolarmi con una barretta e una manata di crema solare, protezione 100, per difendermi dal sole che mi sorride in mattinata, ma che a fine giornata, sarà pronto a pugnalarmi alle spalle.

Pedalo in mezzo ai campi verdi-gialli, mentre la mia fantasia gioca con le immagini delle regioni del Midwest, tra Iowa, Kansas, Nebraska, gli stati americani dei grandi raccolti in cui credo di navigare. Controllo la mappa digitale per verificarlo. Sono ancora in Italia. Ma la grande area verde si sta avvicinando. Campotto è il mio prossimo traguardo. Un paesino sprofondato nell’immensa macchia naturale che vedo salutarmi dalla cartina. Capisco che il parco sta iniziando ad abbracciarmi quando l’incrocio che calpesto precede un viale alberato da fiabe, accompagnato sulla destra da un corso d’acqua i cui colori si sposano con la bellezza circostante. Incrocio corridori, camminatori e altri ciclisti che mi sorridono, in preda ad uno stato di beatitudine che inizio a respirare quanto più sprofondo nel parco. Specchi d’acqua lunghissimi gareggiano con le strade bianche che mi accompagnano nel grande cuore del polmone verde.

Le mie gambe spingono veloci per esplorare vecchi ponti, chiuse maestose, sentieri stretti, morbide salite, argini immensi e folti boschetti, regno di uccelli di ogni tipo. Il cinguettio di certe specie somiglia al ticchettio della mia Speed che ancora non mi ha abbandonato, e di cui ancora non ho capito la provenienza. Non me ne curo e attraverso tutto il parco per sbucare su una statale che vorrebbe portarmi al mare, ma io devo ancora pranzare e capisco che tutta la meraviglia del parco ha cancellato dalla mia testa l’idea necessaria di una pausa. Sono in zona Longastrino. A 10 chilometri dal mare, ma sento che non ho più gambe. Devo trovare un’ombra dove fermarmi e campeggiare. Anche il cuore fatica a pompare. Sono sfinito.

Trovo sulla strada per Anita, paesello che affaccia sulle acque delle valli di Magnavacca e Fossa di Porto, uno spiazzo che fugge dal cemento della strada, regalandomi l’ombra di un grande albero affettuoso. Asciugamano appoggiato sulla terra d’erbacce, insalata d’orzo in bocca, schiena stirata a terra e lunghi respiri. Ho già deciso che, non solo non raggiungerò il mare, ma nemmeno Anita, come se mi pentissi di una mancata occasione amorosa. Ma la stanchezza mi sta apostrofando a male parole: ‘Se continui ti lascio qui! Torniamo a casa!’.

Mi regalo allora trenta minuti di stretching, respiri profondi, sorsi d’acqua brevi e un po’ di ascolti musicali al limite del sonno. E quando riprendo conoscenza, appoggio le mie terga sulla sella, direzione Bologna. Cambio strada per cambiare cartoline. Raggiungo Argenta. Rientro e riesco fugacemente dal Parco del Delta del Po. Sterzo per Marmorta che, a discapito del nome vagamente lugubre, mi regala un bar di anziani giocatori di carte, dove rapisco due bottigliette di acqua gelata in un frigo che è un monolite di ghiaccio. Mi faccio accompagnare all’uscita dalla battuta della barista che, vedendomi sgusciare sulla porta fradicio di sudore e sgonfio di fatica ironizza: “Sete, eh?”. Già!

Mi fermo allo stadio di Molinella per mangiare l’ultima barretta, sedermi su una panchina solitaria e osservare quanto la vita frenetica non appartenga a queste zone. Alla fine, mi sento bene. Nel viaggio di ritorno ho mangiato e bevuto con giudizio e sento d’aver imparato come gestire il segreto del cicloturista da lunghe percorrenze. Così mi mangio pure Mezzolara, San Giovanni in Triario, Lovoleto e Sabbiuno. Sono praticamente sotto casa ma guardo il navigatore. 124 chilometri. Eh no! Cifra tonda o non se ne fa niente. Decido di farmi altri sei chilometri nelle campagne che conosco bene. Mi chiedono un ultimo sforzo e io glielo dedico con tutto il mio cuore spremuto dalle pedalate. 130! Ok. Ora posso tornare a casa davvero. Negli ultimi metri di questa avventura sento che, oltre all’entusiasmo per questa vita su due ruote, qualcos’altro non mi ha ancora abbandonato. Il ticchettio della mia Speed, che fino all’ultimo ritma la mia sgambata senza farsi vedere, che ad oggi non ho ancora localizzato, e che sono sicuro mi accompagnerà anche nella prossima avventura.

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