E’ STATA LA MIGLIOR SCELTA POSSIBILE?

Riflessioni immaginarie del me ottantenne di fronte ad un diario di solitudine.

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Seduto di fronte agli ultimi giorni del mio viaggio, rivivo e rivedo come sono stato al mondo. Ho stretto spalle, scambiato occhi, allacciato mani, bevuto lacrime, piantato radici, strappato promesse, spento entusiasmi, acceso speranze. Momenti accatastati uno sull’altro, come mattoni pesanti sulle fondamenta di un fragile palazzo tirato su di fretta, senza guardare troppo a simmetrie o solidità.

Ho fatto tutto da solo. Volevo poter scegliere senza dover sostenere un contraddittorio. Decidere, pensare, agire in totale autonomia. Consigli? Ascoltati, accettati, ma poi tradotti in libere scelte, slegate dal guinzaglio del giudizio altrui. Già. Un guinzaglio. Qual è stato il sentimento che più mi ha spinto ad allontanarmi dagli altri e a credere che l’isolamento fosse la giusta misura dell’esistenza? Decidere senza condividere, scegliere senza discutere, definire senza argomentare. Sotto quale vincolo emotivo ho sviluppato questo distorto senso di libertà?

PAURA

La paura di non capire il punto di vista altrui. La paura di non riuscire ad arrivare ad un punto di accordo comune. La paura di perdere un legame. La paura di non essere capiti e di non capire. La paura di perdere il controllo della situazione, di perdere il controllo delle emozioni, di scoprirsi d’un tratto vulnerabili come non si pensava possibile, ritrovandosi a vagare nel labirinto delle insicurezze, delle esitazioni, in un dedalo fatto di specchi che riflettono perplessità e titubanze. Decidendo di procedere da solo, ora mi ritrovo disorientato in cerca di un’uscita.

Salto gentilmente tra le dita della mano destra con l’indice della sinistra, nel tentativo di numerare quanti sono stati i profondi rapporti umani che sono riuscito a coltivare, ma il dito, e il cuore di conseguenza, zoppica e si ferma presto. Le mie mani, rattrappite dalla vecchiaia e segnate dal tempo, lacrimano per un animo che non ha saputo comprendere il valore di quella parola chiamata

AFFETTO

Sarebbe bastato un passo in più, una mano tesa, una parola avvicinata con pazienza, un sorriso regalato e non prestato, un braccio attorno e non due incrociate. Sarebbe bastato abbandonarsi al confronto con gli altri, scalfire le proprie granitiche certezze, picconare il proprio orgoglio, sotterrare le proprie convinzioni, ma tutto questo è rimasto un’ipotesi, un tentativo mal riuscito, una probabilità che non ha avuto il coraggio di concretizzarsi.

Rivedere quante volte ho sbagliato un facile incastro, perché asfissiato da un ego in cerca di perfezione, lascia senza fiato. La semplicità non può abitare nell’animo di persone imbrogliate dai propri sguardi, dai propri gesti, dalle proprie parole, dai propri pensieri. Sarebbe così facile avvicinarsi, scrutarsi, comprendersi, con un leggero gesto della mano, una flebile spinta a quel gigantesco portone che è il nostro ego, un muro che potrebbe sfaldarsi come carta velina se lasciassimo cadere le zavorre dell’orgoglio e della presunzione. I miei portoni si sono aperti di rado, una piccola fessura ogni tanto per vedere chi bussava.

”Chi è?!”

Scrutare per un attimo fuori dall’uscio, far passare un piccolo fascio di luce e poi richiudere. Non ci si potrà mai aprire agli altri quando queste sono le dimensioni del proprio

EGO

Forse sono arrivato troppo tardi a capire che il mio Io poteva trasformarsi da fortezza impenetrabile a distesa di campo esplorabile, calpestabile, seminabile. Se potessi tornare sui miei passi, cancellerei tutte le orme storte che mi sono lasciato alle spalle, per provare a tracciare un sentiero diverso, anzi, per provare a camminare su un sentiero tracciato da altri, affidando nelle loro mani la mia fiducia, il mio consenso, la mia benevolenza. Avrei scoperto quanto è imprevedibile la condivisione dei cammini, quanto stimolante l’intreccio dei destini, in un gioco di prove e sbagli, prove e successi, senza pause, senza indecisioni, con la soddisfazione di poter contare oltre alle dita di una mano, quanti legami indissolubili avrei potuto allacciare nel tempo. E fermarmi dopo anni per rivivere quei cammini condivisi, mani nelle le mani, spalle nelle spalle, occhi negli occhi. Un investimento per gli altri e con gli altri, scambiandosi l’unica moneta di vero valore.

Tempo

E’ tardi per i rimorsi. E’ tardi per rimpiangere ciò che sarebbe potuto essere e non é stato. Accorgersene ora appesantisce di più l’anima che cede alla fatica degli errori, agli inciampi delle indifferenze e delle incomprensioni. Un fardello di cui non ci si libera più, se non lo si è fatto a tempo debito. Quel tempo è un attimo che vediamo passarci di fronte e non riusciamo ad afferrare con tutta la forza. Gli attimi fanno a gara per scappare veloci, quasi dovessero raggiungere un traguardo lontano.

Prima di giungere al nostro di traguardo, dovremmo agguantare caparbiamente quei momenti, comprenderli, per aggiustare le nostre attitudini, raddrizzare le nostre abitudini, riunire i migliori compagni della nostra vita e abbandonarsi all’imprevedibilità dell’intreccio dei cammini, fino a che questi non giungano al termine.

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